giovedì 8 dicembre 2016

Frank Miller 2001: The Dark Author Returns

Rovistando nell'hard disk m'imbatto in materiali di cui avevo del tutto perso la memoria. 
Ecco così che salta fuori, da quella miniera che fu Ultrazine.org, la traduzione di un'intervista datatata 2002 a FRANK MILLER, pubblicata originariamente a Dicembre 2001 su The Onion A.V. Club, in occasione dell'uscita di The Dark Knight Strikes Back. 
Credo che, in considerazione della pubblicazione di The Dark Knight III: The Master Race, iniziata nel 2015 e tutt'ora in corso, e della recente visita di Miller all'ultimo Lucca Comics & Games sia una interessante lettura (o ri-lettura).
L'intervista in Inglese è disponibile qui.
Intervista a FRANK MILLER
di Tasha Robinson
Traduzione: smoky man

Intervista apparsa a Dicembre 2001 su The Onion A.V. Club.
Pubblicata in Italiano su Ultrazine.org a Gennaio 2002

A 15 anni dall'uscita di The Dark Knight Returns (Il Ritorno del Cavaliere Oscuro), datata 1986, opera seminale e innovativa destinata a rivoluzionare l'icona Batman e lo stesso concetto di supereroe, FRANK MILLER pubblica il seguito del suo capolavoro. Esce così sul finire del 2001 negli Stati Uniti, il primo numero (di 3) di The Dark Knight Strikes Back.
In questa intervista Miller parla del sequel, dei suoi progetti, delle cattive abitudini dell'industria fumettistica e della sua carriera cinematografica.

Tasha Robinson: Perché un seguito di Dark Knight Returns dopo tutti questi anni?
Frank Miller: È piuttosto semplice: avevo una storia. Inoltre, ho sempre amato i supereroi - solo che non pensavo che fossero la sola cosa su cui fare fumetti - e avevo desiderio di farlo.
Quindici anni di lontananza mi hanno dato una nuova prospettiva. Ora sono di nuovo in grado di avvicinarmi al genere come quando avevo 7 anni… molto più di quanto ero solito fare.

Scrivere Dark Knight Strikes Back è stato più facile?
Solo nel fatto che ho imparato a fare meglio il mio lavoro. Tendo a spendere meno tempo in vicoli ciechi quando sto mettendo insieme la storia. Ma, in molti casi, è stato molto più piacevole. Perché quando ho fatto il primo, era una sorta di ribellione contro lavori precedenti, come la vecchia serie televisiva. Su come tutto era diventato così ridicolo. Questa volta, mi trovo a giocare con l'intero pantheon di personaggi DC e a cercare di mostrarli in modo da evidenziare ciò d'importante che li sostiene. Non mi interessa per nulla il matrimonio di Flash. Voglio vederlo muoversi veloce.

Si tratta di riportare i personaggi al "cuore" di quello che li rendeva interessanti all'inizio?
Si, si tratta di quello ma anche di aggiornali. Ci sono alcuni temi politici che si possono definire quanto meno "curiosi". Mi piace mettere un po' di satira politica nei fumetti di supereroi. So che può sembrare strano, ma mi viene naturale farlo.

Le prime pagine del primo numero suonano stranamente forti alla luce degli eventi dell'11 Settembre.
E diventano ancora più strane. Ho ultimato il secondo numero il 12 Settembre. E ci sono eventi nell'albo che… la gente penserà che ho fatto tutto dopo gli attacchi. Ma è troppo.

Vista la tendenza dopo gli attacchi di rivedere la cultura popolare e di togliere le immagini del World Trade Center e di terrorismo da qualunque tipo di opera d'intrattenimento, che ne pensi?
[Ride] Beh, è quanto si legge sui giornali.
Quando hai mostrato per la prima volta il lato violento e ossessivo di Batman nel primo Dark Knight, sentivi che stavi facendo qualcosa di nuovo sul personaggio, o pensavi di star semplicemente accentuando quello che già c'era?
Quello che cercavo era il sentimento che avevo provato quando a 6 anni lessi il primo fumetto di Batman. Quel ricordo è molto più vivido del resto della mia vita da bambino. Ma è per questo che alla gente piace farmi fare dei lavori così stupidi [ride]. Ricordo che aprii quel fumetto di Batman e mi ritrovai completamente catturato. Non so dirti quale numero fosse o altro, ma mi ricordo solo che il modo in cui la città era disegnata, e il fatto di un tizio vestito da pipistrello, mi lasciarono senza fiato. Quando stavo facendo il Dark Knight stavo essenzialmente cercando di evocare quello stesso sentimento, ma per un pubblico più maturo e sofisticato. Naturalmente, il tipo indossa un vestito da pipistrello - che genere di persona lo farebbe? Deve essere uno bello strano.

Intendevi fare qualcosa da cui l'industria fumettistica avrebbe imparato e che avrebbe imitato, o lo facevi solo per te stesso e per il tuo pubblico?
Stavo solo facendo del mio meglio, davvero. Voglio dire, al tempo in cui lo stavo disegnando, si trattava di un progetto che rendeva la gente un po' nervosa. Dico sempre a chi sta entrando nel business, se stanno facendo supereroi, di rivolgere l'attenzione a quei personaggi che non vanno bene. Così avrai un sacco di libertà in più. Perciò, stavo semplicemente facendo del mio meglio per mostrare quello che secondo me Batman avrebbe dovuto essere.

Ti è passato per la mente allora che stavi facendo qualcosa che gli altri avrebbero considerato rivoluzionario?
Devi essere un vero "egomaniaco" per pensare una cosa simile, ma credo che dovrei dire di sì. Perché è quello che mi dico sempre [ride].

Così sei partito consciamente per cambiare le cose nell'industria fumettistica?
Beh, sono partito per far notare delle cose. Vedendo come tutti quegli eroi erano stati castrati sin dagli anni '50, e come sembravano essere senza scopo. In quel mondo perfetto mostrato nei fumetti di quel periodo, perché la gente avrebbe dovuto indossare un costume per combattere il crimine?

Perché non c'era niente di così malvagio in quel periodo per giustificare un simile estremismo?
C'era solo un branco di cattivi da strapazzo. Fu nel 1985 che iniziai a lavorare su questo, e pensai, "Che genere di mondo sarebbe sufficientemente spaventoso per Batman?". E guardavo fuori dalla mia finestra.

Pensi che uno come Batman funzionerebbe davvero nel mondo reale?
Hmmm. No, penso che verrebbe ucciso molto in fretta.

Come descriveresti il tuo impatto sul fumetto?
Non sono io a doverlo fare.

Neanche considerando il tuo essere "egomaniaco"?
Beh, è quello che voglio dire [ride]. Voglio dire, devi pensare che quello che stai facendo sia, in qualche modo, importante in modo da farlo. Se non è importante, almeno ne valga la pena. "Importante" è una parola troppo impegnativa. Perché penso sia qualcosa di cui sei veramente contento, per spararla così grossa. E questo generalmente è la mia ambizione. Ma al tempo stesso penso: "Non credo che qualcuno l'abbia fatto prima d'ora", e incomincio a darmi pacche sulle spalle finché non mi faccio male.
Nel migliore dei mondi possibili, qual è l'effetto che ti piacerebbe avere sull'industria fumettistica?
Beh, mi piacerebbe che tutti leggessero fumetti [ride]. Mi piacerebbe vedere, in primo luogo, all'interno dell'ambiente fumettistico, meno reverenza per lavori che non erano poi così buoni. I comics sono in giro da più di 60 anni, e come accade in molti campi, è stata prodotta un sacco di roba orribile. Nel mondo dei fumetti si tende ad avere un eccessivo attaccamento alla tradizione. Le cattive abitudini sono dure a morire. Penso che il medium [fumettistico] potrebbe funzionare più efficacemente se perdessimo le cattive abitudini che sono state create prima che noi nascessimo.

Ti riferisci a qualcosa in particolare?
Beh, sì. L'eccessivo uso di parole. Si è finito con usarne troppe. E poi, l'accettazione da parte dei lettori in cose che sono assurde. Per esempio, che la gente possa volare. La magia di una cosa simile deve essere spiegata. Invece, prendi un qualsiasi fumetto, e nella prima pagina, c'è uno che vola. E non c'è alcun commento per questo. Dovrebbe essere un momento di meraviglia e sbigottimento.
Inoltre, mi piacerebbe cambiare le cose per allargare il campo un po' di più, così da ridefinire cosa intendiamo per fumetto commerciale. Ora, il fumetto commerciale indica tizi in costume che si pestano l'un l'altro. Mi piacerebbe almeno arrivare ad essere abituati all'idea di fumetti western, crime stories, di satira politica, autobiografici … tutte queste cose sono state fatte, ma il mondo sembra essere focalizzato sui supereroi.

Pensi che sia necessaria un'etichetta? È importante che una cosa sia chiamata "commerciale" e un'altra "alternativa", se la gente ha accesso ad entrambe?
Rappresenta una categoria mentale. Nella testa della gente "Fumetto" ha assunto il significato di un genere specifico, non di una forma di narrazione. Per questo qualcuno chiamerà Die Hard "cinema fumetto" mentre non ha nulla a che fare con il fumetto. Piuttosto il fumetto dovrebbe essere il mezzo con cui una storia viene raccontata.

È vero che originariamente volevi fare dei crime comics quando hai iniziato la tua carriera, ma che sei stato dirottato sui supereroi in quanto erano la sola forma legittima di fumetto commerciale?
Assolutamente sì. Chiamami stupido ma mi sono presentato con un sacco di schizzi di tizi in impermeabile e vecchie macchine e cose simile, e mi hanno guardato come se fossi pazzo. Ho dovuto imparare a disegnare i muscoli.

Che tipo di educazione artistica hai avuto?
Nessuna.

Sei del tutto autodidatta?
Sì.

Hai delle specifiche influenze a cui ti rifai?
Beh, sì. Praticamente qualsiasi cosa mi finisca per le mani. Pian piano che imparavo, uno dei miei insegnanti non ufficiali fu Neal Adams, che mi prese da parte quando ho iniziato a far veder i miei lavori nel suo studio. Mi faceva vedere come comporre meglio una pagina, ma in genere mi diceva di lasciar perdere e di tornare a casa. Ma io ritornavo finché non sono stato in grado di ottenere un lavoro.

Ti diceva quelle cose in un modo amichevole?
È un newyorkese [ride].

Voleva che lasciassi perdere ma ti ha comunque aiutato?
È un newyorkese molto generoso. Ma riguardo ciò che mi influenza, guardo un sacco di fumetti, soprattutto roba vecchia perché ci sono diversi splendidi disegni e alcune storie molto buone. Guardo un sacco di film e leggo molti libri. Ho sempre odiato questa domanda perché non so mai come rispondere, e mi è sempre parsa una domanda un po' stupida [ride].

Avendo raggiunto il decimo anniversario di Sin City, guardando indietro che cosa pensi di questa serie?
È stata una grande esperienza. Sono ansioso di tornare a lavorarci, questo è sicuro.

Sei riuscito a fare quello che volevi nella serie?
Penso di sì. Davvero. Voglio dire, amo mettere cose come la politica nelle mie storie, perché credo sia un buon argomento, sebbene sia difficile tenere il passo di questi tempi con tutti gli idioti che ci sono. Ma voglio solo che la gente legga le storie e le apprezzi.

C'è un significato metaforico nell'uso inusuale del bianco e nero, senza alcun tono di grigio?
In verità, è stato perché Lynn Varley non se la sentiva di colorare fumetti in quel periodo. Ed inoltre, volevo vedere se ero in grado di fare un fumetto tutto da solo. Ecco perché ho fatto anche il lettering. E si adattava davvero bene al genere. In un certo senso, Sin City è stato pensato per essere un qualcosa a metà tra un fumetto americano e un manga giapponese. Lavorando in bianco e nero, ho capito che l'occhio è meno paziente, e devi fare il punto, e qualche volta ripeterlo. Rallentare le cose è più difficile in bianco e nero, perché non c'è molto per l'occhio di cui godere. Un sacco del lavoro che faccio è per rallentare la tua lettura. Questo è quello che deve fare un fumetto. Trovare dei modi per attrarre o intrattenere l'occhio per far si che ti soffermi a guardare. Perché, diversamente da un film, io non ho alcun controllo sul tuo occhio. Tecnicamente, potresti impiegare dei secondi per leggere un mio lavoro, ma io voglio che ci impieghi dei minuti.

Il bianco e nero dei disegni tende a suggerire una semplicità morale che si rispecchia nella scala eroica dei tuoi personaggi - personaggi epici, larger than life, in particolare.
L'aspetto larger than life è quello che più mi interessa. Ho sempre disegnato storie dark. Occasionalmente, ho provato con un eroe perfetto, ma è un po' una forzatura per me. Mi piacciono invece un po' stronzi, ossessivi e strambi. Nessuna meraviglia che il supereroe a cui sono maggiormente associato sia vestito come un pipistrello.
In una delle più vecchie storie di Sin City facevi riferimento a Re Leonida e alla battaglia delle Termopili, e questo implica che stavi pensando a quella storia anni prima di fare 300. Per quanto hai pianificato di fare un fumetto su un tema simile?
Sapevo a malapena che sarei diventato un autore di fumetti. Penso d'aver avuto 7 anni, e i miei genitori portarono me e mio fratello a vedere un film dal titolo The 300 Spartans. Rimasi seduto lì sbalordito per il finale, in cui i buoni muoiono. Ero posseduto da quella storia. E sapevo che volevo fare fumetti, ma non ho messo le due cose in relazione per molti decenni. Ma ho sempre … quel film, sebbene sia una vecchia pellicola piuttosto goffa, beh quando hai 7 anni, certe cose non sono goffe. Quella storia ha dato spunto a molte delle storie che ho fatto, perché la nozione del sacrificio come gesto eroico è cosi efficace. [La nozione] che l'eroe fa quello che fa perché è nel giusto, e non perché alla fine prende una medaglia.

Come hanno reagito alla Dark Horse quando hai detto loro che volevi fare un fumetto su una battaglia dell'antica Grecia?
Con grande entusiasmo. Significa che sono stati degli ottimi editori. In primo luogo, morivano dalla voglia di sapere come sarebbe stato il fumetto. E lo ero anch'io, perché ero davvero in soggezione di fronte ad un tema simile. Ma alla fine ho deciso che avevo speso troppo tempo a parlare della storia, e se se non l'avessi fatta, mi sarei solo reso ridicolo. Ero preoccupato nel fare 300.

Deve essere piuttosto piacevole sapere che sei abbastanza affermato nel campo da poter lanciare un progetto così anticonvenzionale e avere un editore importante che ti appoggia?
È davvero un lusso che gradisco, ma che mi mette in tentazione di dire, "Oh, e ora che altro posso combinare?"

Sei tentato dal rompere le convenzioni solo perché puoi, o per vedere quanto puoi spingerti oltre?
Perché voglio rompere le convenzioni, e perché ho un'inusuale libertà. Persino quando lavoro con i supereroi. E mi piace farne uso, perché porta ulteriore libertà e le cose diventano meno ripetitive.

Hai mai avuto interesse nel fare dei film basati su Sin City?
Lo sono stato per un po'. Ho scritto una sceneggiatura e tutto il resto. Poi ho deciso che almeno per il momento lo avrei fatto solo se avessi avuto un controllo quasi totale. Non volevo cedere nessuno dei diritti. Il tempo non era ancora giunto, e avrei piuttosto continuato a fare altri fumetti.

Hai verificato come fama e licenza creativa in un medium artistico non si traducono in eguale fama e licenza creativa in un altro medium?
Non so. Voglio dire … Si, sicuramente è così, stavo tuffandomi in una vasca molto più grande che era piena di squali. Ma per me, è stata tutta una questione di controllo. Come sceneggiatore cinematografico, il lavoro mi piace. È un gran divertimento. Il cinema è un business davvero attraente, ci sono un sacco di soldi, e tutto il resto. Ma è un medium collaborativo, e vorrei avere molto controllo per fare Sin City.

Inizialmente, come sei stato coinvolto a fare sceneggiature per il cinema?
Il telefono ha squillato. L'ha fatto davvero. Avevo un agente per Hollywood da prima per via di un contatto con la televisione. Avevo appena finito Dark Knight da un paio di mesi e incominciamo a prendermi troppo sul serio. Grazie a dio non ho lasciato che qualcuno dei lavori che avevo fatto al tempo venissero pubblicati. Visto che avevo fatto io l'errore, credo sia colpa mia. E non mi stavo affatto divertendo. Il mio agente mi chiamò, e Joe Davison [il produttore esecutivo di Robocop] voleva sapere se ero interessato a scrivere Robocop 2. Per cui l'ho incontrato, e sono stato coinvolto nel processo produttivo dall'inizio alla fine.

Che ne pensi del prodotto finito?
È difficile per me dare un giudizio, perché ero sul set, ma penso che sia finito un po' fuori controllo. Non so, è difficile, perché quando lo guardo mi ricordo di come mi sentivo sul set con tutta la troupe e la gente intorno. Per questo mi è difficile giudicarlo.

Quanto il film è vicino alla sua sceneggiatura?
A quale? Ci devono essere state almeno una mezza dozzina di versioni di Robocop 2. E c'erano molte mani che si aggiungevano mentre si andava avanti.

C'è una significativa differenza tra il livello del tuo coinvolgimento in Robocop 2 e Robocop 3?
Sì. Quando ho fatto il primo, avevo l'aspirazione di regia, e pensavo davvero di poter controllare la cosa. Nel secondo, mi sono incontrato con il regista diverse volte, ho proposto delle idee, lui ne ha proposto altre, ho scritto una versione della sceneggiatura, lui ne ha scritto un'altra, e così via. Ma ho capito che era un lavoro su commissione, e la cosa era molto più divertente perché così non ero possessivo. Ho capito a quel punto che quello che mi appartiene sono i miei fumetti.

Sei rimasto contento dell'episodio della serie animata di Batman in cui viene usato il character design del tuo Dark Knight?
Oh, era meraviglioso [ride]! Si, era divertente. Bruce Timm, il responsabile dell'animazione, mi ha chiamato e mi ha chiesto se ero d'accordo che mettesse un po' di Dark Knight nello show. E ho risposto. "Sicuro, tu sei Bruce Timm!!!". E lui: "Vuoi vedere il soggetto?". E io: "No, sei Bruce Timm, mandami direttamente la cassetta!!!". La videocassetta è arrivata, e l'ho guardata per tre volte di seguito, ridendo a crepapelle. È uno spettacolo. È riuscito persino a rendere bene il mio Robin.

Questo indica che un cartone di Sin City nel tuo stile potrebbe funzionare?
Si, se fosse Bruce Timm a farlo. Ha fatto un lavoro davvero notevole. Sì, penso che sarebbe un bel divertimento. E solo che … un progetto alla volta, no?

Hai considerato di coinvolgere Bruce Timm e il suo team per un eventuale adattamento?
Oh, sì. Ne abbiamo parlato. Ma al momento non c'è alcun progetto.

Hai scritto qualche altra sceneggiatura per il cinema, a parte la sceneggiatura preliminare di Sin City e i due film che sono stati prodotti?
Si, ne ho fatto un paio che hanno fatto una fine terribile in alte pile su scaffali pieni di sceneggiature. Ce n'è una, che non so che fine abbia fatto ora, basandomi sul mio fumetto Ronin e che fu sviluppata insieme a Darren Aronofski [regista di Pi e Requiem for a dreamer]. Darren ed io stiamo attualmente lavorando a Batman: Year One some co-sceneggiatori. Gli ho passato una versione della sceneggiatura giusto l'altro giorno.

Come è lavorare con lui?
È un vulcano. Le idee gli escono dalle orecchie. Tendenzialmente ci divertiamo un sacco insieme. È buffo perché in molti casi penso d'essere quello più solare tra i due, e non è una cosa che mi capita di solito.

Non mi sembra che lui sia un tipo da fumetti. Sembra una scelta strana per dirigere il nuovo film su Batman. Qual è la sua visione del personaggio?
Tende a dare grande importanza ai fumetti. Comunque, non posso davvero dire cosa ci sia nel film, perché credo che quelli della Warner Bros manderebbe qualcuno a darmi una bella lezione. E chiedere allo sceneggiatore come sarà il suo film è come chiedere a un portiere quale palazzo debba essere espropriato.
Con JESUS! che sta succedendo?
Per il momento è fermo. Se mi mettessi a farlo, mi porterebbe via un sacco di tempo in ricerche, perciò bisognerebbe attendere comunque anni. E le vicende dell'11 Settembre mi hanno reso un po' meno interessato alla religione di questi tempi.

Eri interessato a fare delle ricerche in Medio Oriente, e anche questo non sembra certo una cosa fattibile ora.
[Ride] Anche quello dovrò aspettare.

Hai un background religioso?
Non proprio. Beh, credo di sì. Padre cattolico, madre quacchera. Ma non ero obbligato ad andare in chiesa. Sono andato ad una scuola domenicale di catechismo, ma non sono stato educato in una scuola cattolica o simili.

Sei interessato in ri-immaginare o ricostruire la figura di Cristo da una nuova prospettiva?
Non vorrei parlarne ora. Quello che ho in mente è inusuale, ma se inizio a parlarne, credo che mi sentirei poi in imbarazzo nel fare la storia.

Ci sono altri eventi storici o periodi, o personaggi che ti interessano?
Sì, ci sono. Mi sembra che ogni volta che guardo un evento storico, è come se fosse una storia che aspetta d'essere raccontata. Ce ne sono così tante. Prima o poi sarei interessato a fare qualcosa sull'Irlanda.

Hai in mente un evento o un periodo particolare, o sarebbe semplicemente un posto dove ambientare la storia?
Penso ai primi periodi dell'IRA. Il genere di cose su cui sono state scritte tutte quelle splendide ballate. Ma la Storia prende un sacco di tempo per fare ricerche, e ora sono più interessato a fare un altro episodio di Sin City, anche se penso che non lo farò più in albetti. Credo che uscirò direttamente in volume. La gente che legge Sin City ha una lunga durata d'attenzione, e prenderebbe il volume comunque. E mi sono divertito un sacco facendo Family Values, stando 5 mesi a fare un'unica grande storia. Con gli albetti, mi sento come se avessi una palla al piede. Essendo vincolato a fare solo 26 pagine alla volta … qualche volta voglio fare una singola scena che è più lunga di quelle pagine.

Una caratteristica particolarmente interessante del tuo lavoro è il linguaggio che usano i tuoi personaggi, specialmente nei due Dark Knight e negli albi di Martha Washington. Come sviluppi una parlata che suona così realistica?
Posso risponderti per quella in Dark Knight. Per gli altri lavori, è solo roba che ho sentito per caso o che ho inventato. Ma nel Dark Knight ha tutto a che fare con la città dove mia moglie e colorista Lynn Varley è cresciuta. I suoi fratelli - Don e Rob, a proposito - facevano parte di un gruppo di ragazzi che parlavano in un modo davvero particolare. Quando li ho sentiti, sono uscito di testa perché mi piaceva moltissimo. Era un modo di parlare davvero sarcastico. Una volta sono stato nel Michigan a far visita alla famiglia, e ho fatto sedere i due ragazzi e li ho registrati mentre parlavano, poi sono andato via e ho studiato il nastro. Poi ho scritto le mie storie, e dovevo sempre mostrare quelle parti a Lynn prima di letterare e lei mi diceva dove stavo sbagliando.

Così i membri della gang Don e Rob nelle due serie del Dark Knight stavano in realtà parlando in uno slang che esiste davvero?
Era il modo in cui alcuni ragazzi parlavano negli anni '80 in uno dei sobborghi di Detroit.

Hai intenzione di dare un seguito a qualche altra delle tue ideazioni, come Martha Washington?
Voglio fare altre storie di Martha e ho anche delle idee in merito, ma questo dipende dagli impegni del disegnatore Dave Gibbons. Prende molto più tempo disegnare queste storie che scriverle. Riguardo Hard Boiled non abbiamo alcun piano per un sequel.

Rolling Stone scrisse poco dopo l'uscita di Dark Knight: "Nelle mani di Miller, Batman è più grande di un'icona fumettistica. È il simbolo violento della dissoluzione e dell'idealismo americano". Come ti colpisce un'affermazione simile?
Qualsiasi cosa detta con passione, devo dire che mi piace. Devo anche dire che Batman era una metafora di tutto quello, soprattutto nella prima serie, nella seconda, non è poi così di cattivo umore. Infatti è di buon umore, e questo mette davvero paura.

In un certo senso, i volumi del Dark Knight sostengono un approccio da vigilante per affrontare la violenza e l'apatia della nostra società, e come tu stesso hai detto, eventi della nuova serie vanno in stretto parallelo con i fatti recenti. Pensi che la cosa potrebbe funzionare anche nel senso inverso? Ossia la gente potrebbe ispirarsi al Dark Knight per agire come un vigilante?
Non conosco molta gente che prenda ispirazione per le proprie idee politiche dai fumetti. Una simile idea mi spaventa da sempre. Sono solo uno che getta la propria roba contro un muro per vedere che cosa succede. Penso che nessuna cosa faccia sia in grado di influire sulla cose ad un livello simile. Penso che nessuno che faccia fiction possa farlo. Mi sembra che non sia questo lo scopo della fiction. In rari casi uno può scrivere un lavoro di fiction come Uncle Tom's Cabin [La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe, N.d.T.) o To Kill a Mockingbird [Il buio oltre la siepe di Harper Lee, N.d.T.], che è così potente o popolare da cambiare le cose. Ma penso che se uno cercasse di farlo di proposito per avere quell'effetto sulla società avrebbe un effetto negativo sul proprio lavoro. Finirebbe con lo scrivere un trattato.

Intervista apparsa a Dicembre 2001 su The Onion A.V. Club.
Pubblicata in Italiano su Ultrazine.org a Gennaio 2002

giovedì 1 dicembre 2016

Mese Mooriano: bilanci & ringraziamenti

Ieri si è concluso il mese Mooriano: tutto Novembre con (almeno) un post giornaliero dedicato allo Scrittore di Northampton!

Non sono certo che l' "esperimento" verrà ripetuto l'anno prossimo ma di sicuro stavolta è stato un successo, per lo meno rispetto all'obiettivo che mi ero dato, anche un po' inconsapevolmente, di proporre ogni giorno un "qualcosa" di relativo al Mago Barbuto.

In tutti questi anni tante cose sono cambiate - e anche questo mese di Novembre, personalmente (e non solo), ha riservato diverse sorprese (più o meno gradite; "that's how it goes, smokey!", direbbe il buon Alan) - ma la passione e l'interesse per Moore sono rimaste sempre una costante capace di rinnovarsi continuamente senza perdere mai vigore.

Per questo mese Mooriano non posso però non rivolgere un pensiero speciale agli amici artisti che hanno contribuito con la loro arte realizzando appositamente per l'occasione 9 splendidi ritratti dell'Autore inglese: un caloroso GRAZIE quindi (in ordine di apparizione) a Teresa Ennas, Onofrio Catacchio, Manuelle Z. Mureddu, Massimo Perissinotto, Dany&Dany, Armando Rossi, Antonio Nonnato, Sudario Brando e Piallo.

E... grazie a TE che passi a farmi visita su queste pagine!

mercoledì 30 novembre 2016

L'Alan Moore di Piallo

Illustrazione di Piallo.
Sopra, un vibrante ritratto di Moore "catturato" dall'amico fumettista e illustratore PIALLO (aka Gianluigi Concas). 

QUI potete ammirare un'altra illustrazione a tema Mooriano realizzata a matita da Piallo.

Per maggiori informazioni su Piallo: Blog - IperPlasticol

martedì 29 novembre 2016

L'Alan Moore di Sudario Brando

Illustrazione di Sudario Brando.
Sopra, Moore - in versione Dr. Manhattan su Marte - ritratto dal "misterioso" artista SUDARIO BRANDO, che ringrazio per il generoso contributo.

Per maggiori informazioni su Sudario Brando: intervista - Blog - Facebook - Twitter

lunedì 28 novembre 2016

L'Alan Moore di Antonio Nonnato

Illustrazione di Antonio Nonnato.
Sopra, uno splendido ritratto dell'Uomo dietro la maschera, opera del fumettista e illustratore ANTONIO NONNATO (che sentitamente ringrazio per il contributo).

Per maggiori informazioni su Antonio Nonnato: breve profilo - Facebook

domenica 27 novembre 2016

Alan Moore e l'LSD

Estratto da un'intervista pubblicata nel 2010 sulla rivista cartacea inglese The Stool Pigeon (qui online)

Per quanto possa sembrare un cliché oppure una ovvietà, fino a che punto credi che assumere LSD da giovane abbia agito da catalizzatore o da elemento chiave?
Alan Moore:
Naturalmente nessuno può dire cosa sarebbe successo che le cose fossero andare diversamente. Posso dire che ha avuto un impatto enorme sulla mia vita. La prima volta che ho preso un acido ho avuto delle allucinazioni di una qualità tale che è durata solo per pochi anni. Erano come illustrazioni di Martin Sharp [della rivista Oz]. Erano molto liquide e cangianti. Ma poi, pochi anni dopo - e sono sicuro che l'acido fosse esattamente lo stesso - le visioni erano cambiate. L'esperienza diventò più cristallina e definita. Un po' più paranoica. Ma, sì, mi ha fatto capire che, in fondo, la realtà è uno stato della mente e che, così come la tua mentre potrebbe cambiare, così potrebbe accadere alla realtà. È un qualcosa che ha poi avuto un grande impatto sul mio modo di pensare, e penso anche che mi sono reso conto che, quando mi trovavo in quello stato mentale, le mie percezioni rispetto all'arte, alla scrittura e alla musica erano fantastiche.
Non voglio dire però che mi piacesse tutto, assolutamente no. Sono diventato piuttosto critico e mi piacerebbe godere di un opera d'Arte, qualsiasi essa sia, a un livello molto più profondo e luminoso. Per cui ho probabilmente risolto la faccenda cercando di scrivere o disegnare o creare per la gente nelle stesse condizioni in cui probabilmente ero quando creavo quei mondi e visioni.  
È un po' come  Jason Spaceman e Sonic Boom dei Spacemen 3 che al tempo scrissero "Taking Drugs To Make Music To Take Drugs To" [Prendere droghe per fare musica per prendere droghe, N.d.T.]. 
E pensai: 'È un modo elegante di dirlo e sono sicuro che un sacco di Arte nella storia del mondo è stata creata in questo modo.' Sono sicuro che è così che creava Wilkie Collins e sono sicuro che così faceva Samuel Taylor Coleridge.

L'intervista completa è disponibile QUI.

sabato 26 novembre 2016

L'Alan Moore di Armando Rossi

Illustrazione di Armando Rossi.
Sopra, un dark e psichedelico Alan Moore ritratto da ARMANDO ROSSI, fumettista, illustratore e pittore.

Dalla sua pagina Facebook: "Per quindici anni ho disegnato fumetti per editori italiani e stranieri e mi considero un narratore. Tutte le mie opere sono storie che desidero raccontare a chi le guarda. Per questo ritraggo persone, i loro umori e i loro atteggiamenti, perché ognuno rappresenta una storia unica. Il mio repertorio comprende illustrazioni a matita e inchiostro, e dipinti a olio o acrilico su pannello o su tela."

Per maggiori informazioni su Armando Rossi: Sito - Pagina Facebook

(Grazie tante Armando!)

venerdì 25 novembre 2016

Karen Berger: Alan è Alan!

Karen Berger e Alan Moore nel 1986.
Nel seguito, un breve estratto dall'intervista a Karen Berger, storico editor della Vertigo, raccolta a Marzo 2012 e pubblicata in appendice all'interessante volume The British Invasion: Alan Moore, Neil Gaiman, Grant Morrison, and the Invention of the Modern Comic Book Writer di Greg Carpenter edito da Sequart Organization. 

Greg Carpenter: Molti di noi, col senno di poi, tendono a mitizzare alcune storie a fumetti come La lezione d'anatomia. Anche se al tempo non eri ancora l'editor di Swamp Thing, quando la sceneggiatura arrivò in DC suscitò un qualche clamore?
Karen Berger: Assolutamente. Bastava leggere la sceneggiatura, leggere l'albo e sapevi che quel tizio stava facendo qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima nei comics. Non sapevamo dove sarebbe arrivato - nessuno lo sapeva - ma sapevamo che era uno scrittore speciale con un talento speciale. Ogni volta che una sceneggiatura di Alan arrivava nella posta in quelle buste inglesi dallo strano formato, ci sedevamo tutti intorno e Len [Wein] leggeva la sceneggiatura perché anche le indicazioni di regia e composizione erano davvero interessanti. Le cose erano più semplici e meno frenetiche allora, c'era tempo per farlo.
E il valore di quell'albo, sinceramente, rimane inalterato tuttora. Lo rileggo ogni paio d'anni. Per diverso tempo Alan ha affermato (era ancora quando lavoravamo insieme su Swamp Thing) di pensare che il N. 21 fosse il suo albo migliore. "Dopo una storia così", diceva, "dove vai?"

[...]

Carpenter: Dal punto di vista dell'editor come funzionava su Swamp Thing? Tu e Moore vi parlavate e sviluppate idee insieme oppure le sceneggiature arrivavano in quelle "strane buste" e tu facevi la semplice revisione del testo [in inglese "line editing", N.d.T. ]? Oppure era una via di mezzo?
Berger: Alan pensa tutto da sé e ha fatto così sin dall'inizio. Non è mai stato uno scrittore che procede numero per numero. Lui pianificava un anno di storie. Quando sono diventa l'editor della serie, mi ha semplicemente inviato i soggetti e le trame da lì ad un anno. Aveva già pensato a tutto ed era tutto splendido. Poi parlavamo delle storie e lui procedeva a scriverle. 
Alan appartiene a quel tipo di scrittori che... non hanno nulla da supervisionare o correggere. Credo che il più grande cambiamento che abbia fatto ad una sua sceneggiatura - non era neppure una vera sceneggiatura - sia stato quello di cambiare l'ordine di una sequenza di storie. Credo volesse fare prima Il carteggio Nukeface e io ho voluto posticiparlo poiché preferivo facessimo prima un'altra storia. Credo che questo sia stato il mio massimo contributo. [risate]
Si sa, Alan è Alan. Voglio dire, con la massima onestà, c'è Alan e poi ci sono tutti gli altri. Lui è davvero in una categoria tutta sua.