domenica 3 settembre 2017

Il Trono di Spade e Watchmen

Mentre in Francia esce Jerusalem (edito da Inculte) e Alan Moore si concede in un'intervista video sul canale ARTE, l'attore Isaac Hempstead-Wright parla di Bran Stark, personaggio cardine ne Il Trono di Spade e in particolar modo nella stagione appena conclusa.

Hempstead-Wright: "[...] Interpretare Bran in questa stagione è stata davvero una bella sfida. Prima d'iniziare le riprese ho avuto un incontro con David [Benioff] e Dan [Weiss], gli showrunner della serie. Abbiamo discusso su come volevamo che Bran venisse interpretato e loro hanno fatto il nome del Dottor Manhattan, il personaggio di Watchmen

Bran si ispira un po' a lui, poiché può esistere in tutte quelle diverse epoche contemporaneamente, è a conoscenze di un sacco di cose, è una roccia priva di emozioni che connette tutte le varie linee temporali e la Storia dell'Universo. Volevamo che non fosse un personaggio noioso e monotono che ripetesse semplicemente 'Sì, io sono il Corvo con Tre Occhi, bla bla bla...'
[…]

Volevamo inoltre assicurarci che rimanesse qualcosa di Bran, che ci fosse ancora un barlume di umanità in lui. È come se fosse il primo cyborg. Abbiamo semplicemente collegato un supercomputer al cervello di una persona. È un mainframe ma c'è ancora un po' di umano. Anche se, il più delle volte, Bran è un contenitore per la conoscenza dell'umanità." [L'intervista completa con Isaac Hempstead-Wright è leggibile sul sito di Vulture, QUI.]

L'influenza del lavoro di Moore oramai inonda la cultura pop!
Recente intervista a Moore, in Francese: QUI.

lunedì 28 agosto 2017

King Kirby 100!


Scrivere qualcosa sarebbe sempre e comunque riduttivo per cercare di omaggiare - e soprattutto ringraziare - un simile Gigante dell'Arte.
Preferisco quindi far parlare la forza delle immagini kirbiane, nel seguito, in una selezione neanche particolarmente ragionata nella sconfinata produzione del Nostro.


Inoltre segnalo i volumi Kirby 100, edito da TwoMorrows, e Kirby & Me prodotto da Komics Initiative. Infine, per chiudere... le magliette di Lords of Light: QUI! 

VIVA IL RE!
 
 
 
 
 
 
 
 

giovedì 27 luglio 2017

Alan Moore su... Arte, identità e normalità

Alan Moore ritratto da Farel Dalrymple.
Nel seguito la traduzione di un estratto da una lettera (datata 2 Febbraio 2017) scritta da Alan Moore e indirizzata a Stewart Lee, noto comico britannico. 
La corrispondenza fa parte di "catena" ideata e curata da Artangel e Longplayer Trust.

La lettera completa può essere letta QUI.

Alan Moore: [...] Ultimamente mi è capitato di riflettere sul rapporto tra Arte e artista, e continua a tornarmi in mente quell’immagine di Escher con le due mani, ognuna con una matita tra le dita, che disegnano e creano a vicenda (EscherSketch?) Sì, da un punto di vista strettamente materiale siamo noi a creare la nostra arte – i nostri scritti, la musica, gli spettacoli comici – ma allo stesso tempo, dato che un artista viene modificato da qualsiasi lavoro significativo a cui da vita, anche l’Arte ci altera e ci crea. E quando iniziamo un progetto di solito lo facciamo sulla spinta di poco più di un ispirato capriccio e con nessuna idea della persona che saremo alla fine del processo. Inevitabilmente, romanziamo noi stessi. Rispetto alla nostra personale psicologia, chiaramente non abbiamo alcuna pianificazione, vero? Perciò abbiamo davvero poco da dire sulla persona che diventeremo. Nessuno può farlo deliberatamente.

A rendere la faccenda ancor più complicata, alcuni di noi, come artisti, tendono a coltivare personalità multiple. La persona che io sono quando scrivo un’introduzione per La Casa sull’Abisso di William Hope Hodgson è diversa dal me stesso ordinario in costante adorazione di un serpente e sempre arrabbiato nei confronti di Batman. La mia identità che scrive introduzioni indossa una giacca da camera Edoardiana e fuma con autocompiacimento la sua pipa Meerschaum. Sono certo che la mia recente infatuazione per David Foster Wallace derivi dalla consapevolezza che l’identità che ha adottato per molti dei suoi saggi e le varie versioni romanzate di David Foster Wallace che appaiono nei suoi romanzi e racconti sono entità differenti da chi era davvero. Mi chiedo come la pensi tu, e anche il comico Stewart Lee? Suppongo che in fin dei conti valga per tutti, no? Voglio dire che non bisogna essere un artista per presentarsi in modo diverso a secondo dell’interlocutore o della situazione. Non parliamo ai nostri genitori nello stesso modo con cui parliamo con nostro partner. E non parliamo al nostro partner come facciamo con le piante da appartamento. Il risultato è che l’identità di ogni essere umano è probabilmente un costrutto, consapevole o meno, e per questa ragione il suo stato predefinito è mutevole e fluido. Quello che sto cercando di dire è che noi potremmo essere normali. […]

La lettera completa può essere letta QUI.

venerdì 30 giugno 2017

Questione Critica: Ultrazine, il passato e la risposta... è 42!

Nello scorso mese di Marzo il buon David Padovani de Lo Spazio Bianco mi ha intervistato nell'ambito di un più ampio approfondimento, a più voci, sulle origini della "critica fumettistica" sul Web.
Nel seguito potete leggere la mia "singola" voce in versione integrale, a futura memoria.
Lo speciale è disponibile QUI (con una coda qui, tuttora in corso). 
David Padovani: Quando e come è nata Ultrazine? Avevi già avuto pregresse esperienze nel mondo delle fanzine cartacee e comunque quale fu la molla che scattò portandoti a intraprendere l’esperienza pionieristica sulla rete? Com’era composta inizialmente la tua squadra, o facevi tutto da solo?
Ultrazine.org è nata nel 2000 ed è stato il naturale approdo personale di una precedenza esperienza cartacea. Nella seconda metà degli anni ’90, infatti, insieme a un gruppo di amici realizzammo una manciata di numeri in fotocopia di una fanzine fumettistica dal nome “Clark’s Bar” (il nome era preso dal pub presente nella run di WildC.A.Ts di Alan Moore). Facevamo 100-150 copie a numero e le diffondevamo, praticamente, porta a porta e i riscontri erano abbastanza positivi, per quel che ricordo.
Nel 2000 (credo, anche se forse era pronto dal finire del 1999) uscì persino un numero zero in versione prozine che segnò anche la fine di quella esperienza. Non ero più convinto della direzione presa e volevo fare qualcosa di nuovo: la Rete sembrava una possibilità intrigante da esplorare e consentiva anche la giusta flessibilità per gestire i contenuti e le collaborazioni.
Ultrazine.org non sarebbe potuto nascere senza il contributo essenziale alla realizzazione tecnica e grafica di Angelo Secci e alla supervisione e ai contributi di Fabrizio Lo Bianco: insieme pensammo all’organizzazione delle sezioni del sito a cui contribuirono con contenuti e idee sia gli amici di Clark’s Bar che altri appassionati ed esperti di fumetto.
Ovviamente quindi non facevo tutto da solo, esattamente il contrario, anche se cercavo di dare una direzione e d’essere il “cuore” del sito. Ci animava la passione per il Fumetto e il desidero di produrre quei contenuti che ci sarebbe tanto piaciuto leggere in Rete.
Il sito di fatto, con qualche alterna vicenda, è andato avanti fino al 2006 (passando anche attraverso un tentativo di restyling non del tutto indolore) e da quel momento non è stato più aggiornato: è rimasto online però fino al 2015, anno in cui è stato rimosso dal Web (ma una selezione di materiali è disponibile su smokyland, QUI).

Quanto è difficile coniugare la realtà di lettore e di "critico" e quanto è difficile trovare qualcuno che condivida una linea “editoriale” comune per portare avanti un sito e farlo crescere?Nel sito c’era sì una certa condivisione ma la linea editoriale era un po’ “sfumata”: volevamo produrre dei contenuti di qualità, dei pezzi di approfondimento ben scritti e con competenza senza perdere d’occhio l’attualità e magari piazzare qualche “scoop”. Non ho mai pensato che facessimo davvero critica, forse più divulgazione intelligente, anche se  alcuni pezzi erano davvero acuti. Cercavamo un equilibrio tra passione, qualità, divertimento e il fatto che, comunque, non ci guadagnassimo una lira. Non avevamo obiettivi o ambizioni particolari. Era comunque un mondo digitale completamente diverso da quello attuale.

Qual era, se c’era, la peculiarità di Ultrazine e quale obiettivo importante pensi di aver marcato con quella esperienza?
Credo che il sito, con le limitate risorse a disposizione, tentasse di offrire dei contenuti di qualità che chi lo visitava sembrava apprezzare. Ma l’importante era “fare la nostra cosa” senza interferenze. Ci siamo divertiti, nei limiti di quello che era possibile fare.
Non credo d’essere la persona giusta nel valutare l’esperienza di Ultrazine ma nel 2004 su Il Venerdì de La Repubblica uscì un piccolo trafiletto che ci citava, all’interno di una pagina che segnalava siti e realtà del mondo digitale: qualcuno anche all’esterno si era accorto della nostra esistenza.
Qual era il tipo di lettore a cui voleva rivolgersi Ultrazine e che tipo di rapporto cercavi e avevi con il tuo bacino di utenza? Che tipo di confronto avevi con chi seguiva il sito?
Eravamo tutti avidi lettori di fumetti con interessi variegati: scrivevamo di quello che ci interessava, intervistavamo chi ci interessava, pubblicavamo in anteprima i fumetti che ci intrigavano. Non abbiamo mai inseguito i lettori e i feedback da parte loro non ricordo fossero particolarmente numerosi, forse qualche email ma nulla di “sistematico”. Erano lontani i tempi di Facebook, della condivisione sfrenata e della possibilità di commentare in real-time. Non è mai stato tra i nostri obiettivi “cercare” il pubblico.

Il rapporto con il mondo “professionale” del fumetto qual era invece? C’era un confronto/scambio con autori e case editrici?
Ricordo dei rapporti cordiali anche se non sistematici. È più che altro il ricordo di una sensazione. Gli autori che contattavamo erano sempre disponibili, raramente abbiamo ricevuto dei rifiuti (nel caso la motivazione erano sempre il carico di impegni non una qualche ostilità verso il sito). Cercavamo di prestare attenzione alle nuove realtà editoriali del periodo, anche quelle piccole: mi viene in mente uno speciale sulla Montego, ad esempio, oltre poi ai contributi per lo speciale dedicato ad Alan Moore seguito da quelli, purtroppo solo “abbozzati”, su Toppi e Pazienza.

Molti di coloro che hanno partecipato a quella prima stagione della critica web hanno poi “saltato la barricata”, entrando a livello professionale nel mondo del fumetto – come autori, redattori, etc. È stata dunque quella “prima” incarnazione della critica web una palestra per una parte degli “attuali” professionisti del fumetto, forse la prima generazione venuta fuori dalla rete, come la precedente era stata l’ultima a formarsi sulla critica “cartacea” come Fumo di China, etc?
Sembrerebbe così. Sicuramente è stata una palestra che ha fatto da “biglietto da visita” verso l’editoria cartacea. Sarebbe interessante fare una valutazione odierna e capire se oggi chi scrive sul web ha un qualche tipo di ritorno oppure non è cambiato nulla e la speranza è sempre l’approdo, diciamo, analogico. Spero non sia così ma non sarei particolarmente ottimista.
Quale pensi sia stato l’apporto di Ultrazine e di altre realtà analoghe alla crescita del movimento della critica fumettistica in questi ultimi venti anni? E che valore e ruolo dai alla critica nella più generale crescita del movimento fumettistico italiano?
In generale la “critica” fa sempre bene a patto che sia fatta con la necessaria e dovuta qualità. In realtà fare “critica” è davvero difficile. Non credo che Ultrazine abbia mai fatto “critica” per come la intendo io. Oggi in Italia siti di “critica” dedicati al Fumetto sono pochi, probabilmente nessuno: nessuno fa “solo ed esclusivamente” critica; ci sono siti validi ma alla critica, naturalmente, affiancano elementi più “leggeri” legati all’attualità, alle preview. È inevitabile.
La critica richiede distacco, anche temporale. Oggi viviamo tutti immersi nel “real time” e in un ronzio di tweet. Tutto può essere un capolavoro, senza specificare i motivi. La critica anche quando stronca deve indicare dei parametri, dei criteri, deve giustificare l’analisi. Fare critica richiede pensiero e tempo: è un compito difficile e meritorio.

Filippo La Porta, saggista e critico letterario, una volta ha detto, parafrasando: “L’unico risultato della scomparsa della critica seria e circostanziata sarebbe l’appiattimento del movimento letterario e delle opere che esso produce a un livello dove quest’ultime restano indistinte le une dalle altre”. La Porta si riferiva all’ambito della letteratura e della narrativa, ma ritieni che si possa estendere anche al fumetto un ragionamento del genere? E dunque quanto è importante la critica e chi cerca di farla?
La critica è importante, non ci sono dubbi. E chi fa critica, con onestà intellettuale, merita il massimo rispetto. Personalmente quando mi imbatto in un bel pezzo la prima sensazione che provo è di sincera ammirazione per chi l’ha scritto.

A monte di tutto ciò, tu accetti la definizione di “critico” per te e di “sito di critica” per Ultrazine a fronte di tutto quello che hai fatto negli anni e perché?
No, non sono un critico. Non penso di poter essere definito tale neppure nell’ambito in cui altri pare mi ritengano particolarmente ferrato, ossia Alan Moore. Ho troppo rispetto per i critici: hanno un cervello che io non ho.
Che differenza trovi tra il modo di fare critica di venti anni fa e quello attuale? La Rete è cambiata, che conseguenze positive o negative ha avuto questo cambiamento sul modo di scrivere di fumetto?
C’è sempre spazio per l’approfondimento critico. Probabilmente dopo le abbuffate di tweet, giudizi da bar espressi da chi non ha competenze né conoscenze potrebbe essere giunto il momento, in generale e non solo per il fumetto, di critica ben fatta... potrebbe.
Auguri a chi la fa e la farà!

L’esperienza di Ultrazine è poi terminata, mentre tu continui a essere attivo sul tuo smokyland: quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a chiudere con quel primo progetto?
Le motivazioni sono semplici: non riuscivamo ad aggiornare il sito con una tempistica accettabile. La visione diventava, soprattutto per motivi di tempo, soltanto la mia e aggiornare il blog, che nasce non a caso nel 2006, era più semplice e diretto. Tutto qui. Anche per il blog, un anno sì e l’altro pure, dichiaro di volerlo chiudere… e alla fine ha tagliato il traguardo dei 10 anni! Ma non sarei così sicuro di arrivare a 15, per dire.
Viva il Fumetto! E grazie per la chiacchierata.


lunedì 26 giugno 2017

Dave Gibbons: Watchmen, lo smiley, l'Umanità e gli alieni

Lo smiley in Watchmen.
Mentre giungono voci di una possibile serie televisiva su Watchmen dopo la complessa (per usare un eufemismo) vicenda dell’adattamento cinematografico e i controversi (per usare un eufemismo) risultati della pellicola realizzata, nei giorni scorsi DAVE GIBBONS ha rilasciato un’intervista fornendo qualche interessante dettaglio sulla genesi dell’opera da lui co-creata insieme ad Alan Moore. Nel seguito la traduzione di un estratto. Enjoy!
L'intervista completa (in Inglese) è disponibile QUI.

Entertainment Weekly: Come vi è venuto in mente di usare lo smiley come simbolo per il Comico?
Dave Gibbons: […] Una delle cose che sapevamo del Comico era che non poteva assomigliare al Joker. Non poteva sembrare un clown fuori di testa. Per cui mi chiesi “Come potrebbe essere un comico? A chi altro posso pensare?” E mi venne in mente Groucho Marx perché aveva i baffi, il sigaro e quei capelli pettinati all’indietro. Per cui, la mia idea iniziale, era sostanzialmente una versione “potenziata” di Groucho Marx.
Il personaggio del Comico doveva essere un agente governativo che agiva sotto copertura in Paesi stranieri per stabilizzarli. Per cui il mio primo tentativo di caratterizzazione grafica fu di dargli una uniforme militare, una di quelle con macchie color cachi, marrone e verde… una tenuta mimetica. Ma naturalmente era una scelta debole perché per definizione una mimetica si confonde con lo sfondo, con l'ambiente. Per cui pensai “E se si vestisse di nero? Un costume molto scuro ma funzionale con un sacco di cinture per le munizioni, tasche e roba simile e un qualche richiamo alla bandiera americana con le stelle e le strisce?”. Così disegnai questo personaggio vestito di nero, con una stella su una spalla e strisce rosse e bianche sull'altra. Ma così mi sembrava troppo serio e mi dissi “E renderlo un po' meno cupo?” Così sullo schizzo che avevo fatto disegnai una spilletta gialla con lo smiley, un elemento quasi buttato lì per caso, perché pensavo fosse un contrasto davvero interessante. Questo cupo personaggio dalla stazza imponente con un piccolo tocco di colore e stupidità.


Alan lo vide e gli piacque. E per il primo numero che doveva iniziare con la morte del Comico pensai “E se il Comico venisse buttato giù da una finestra e la prima cosa che vediamo è la spilletta macchiata di sangue? E poi torniamo indietro e vediamo il resto?” Così Alan lo incluse nella sceneggiatura del primo episodio. Ma poi ci rendemmo contro che lo smiley era davvero il cartoon definitivo. Quello più semplice. Una semplificata faccina gialla sorridente con sopra uno schizzo di realistico sangue. Era come se il mondo reale si imponesse su quello disegnato, esattamente quello che stavamo cercando di fare con i personaggi della serie trattandoli come se vivessero nel mondo reale.
Groucho Marx.
[…] Ovviamente quando mi venne quell'idea non sapevo minimamente che cosa ne avrebbe tirato fuori Alan. E lui scrisse quello che sappiamo. Ma se non fosse stato per quel simbolo che mi balenò in testa non avremmo poi proseguito per quella strada. Succede così in un processo creativo: tiri fuori tutto quello che puoi e a volte qualche elemento semplicemente... funziona. […]

Per la macchia di sangue hai dovuto fare varie prove oppure sei riuscito a ottenere subito quello che volevi?
È interessante perché decidemmo che volevamo che richiamasse l'orologio. Sai che c'era anche l'orologio dell'Apocalisse, anch'esso giallo brillante con i numeri e le lancette nere. Quando lo vediamo per la prima volta segna cinque minuti prima della mezzanotte, per cui sapevamo che lo schizzo di sangue doveva essere, diciamo, lineare e non una macchia, per cui lo disegnai come a indicare quell'orario.
Anche se è interessante che quando hanno fatto la spilletta per l'adattamento cinematografico - ho proprio di fronte a me il materiale di scena che hanno usato per il film, è incorniciato in un quadro appeso alla parete – il sangue è messo in modo un po' differente. È come se avesse colpito un lato della spilletta e poi una parte sia colato su di essa. Ma è esattamente quello il motivo per cui l'ho disegnata così come è. È stata la prima idea che ho avuto. E secondo me era perfetta.
[…]

Considerando che quell'icona è diventato un simbolo di Watchmen, quale pensi sia il motivo che l'ha fatta diventare una sorta di biglietto da visita per il fumetto? È come hai detto tu per via della realtà che irrompe sul cartoon?
Penso che sia qualcosa di eversivo. Prendere un qualcosa di familiare come lo smiley che è in giro da chissà quanto tempo – anche se c'è un gentiluomo francese che, senza successo, ha fatto causa sostenendo che si trattasse di una sua proprietà intellettuale – e cambiarlo, con uno schizzo di sangue, così che salta subito all'occhio. È qualcosa di familiare che ora ha un significato diverso. Ho sempre amato i simboli e li ho usati spesso nei miei lavori. […]
Gorbaciov e Reagan al summit di Reykjavik.
Come autore, come ci si sente nel vedere che la gente non solo continua a parlare di un fumetto che hai disegnato 31 anni fa ma traccia anche dei parallelismi con il mondo reale?
È interessante. Non avevamo la minima idea che sarebbe durato così a lungo. Pensavamo di fare una serie che avrebbe sperabilmente venduto bene e che poi sarebbe finita nelle scatole degli arretrati e nessuno ne avrebbe più parlato o forse qualcuno se la sarebbe ricordata. Per cui fummo completamente sorpresi, penso che alla DC Comics furono completamente sorpresi che durasse così tanto. Ma credo sia interessante perché nonostante la storia sia ambientata negli anni '80 tratta di questioni universali. Fondamentalmente la storia di Watchmen è “Se il mondo dovesse affrontare una minaccia esterna, questo potrebbe spingere l'umanità intera ad unirsi e fare fronte comune”. Questa era l'idea di base. E storie simili sono state raccontate sin dai tempi degli antichi greci e romani. Si tratta di un tema comune. Inoltre, un fatto abbastanza strano, quando Ronald Reagan e Michail Gorbaciov si incontrarono in Islanda – credo si trattasse di un summit per la pace – la prima cosa che Reagan disse a Gorbaciov fu “Se fossimo invasi da Marte, questo ci renderebbe amici, vero?” Questo è un qualcosa che si ritrova in Watchmen. Ed è un elemento presente tutt'oggi come lo era allora. Anche se il clima politico è diverso, penso che la storia risponda alle nozioni di base di conflitto e di Umanità unita. Sono emozionato e contentissimo ma al contempo del tutto sorpreso che Watchmen sia ancora rilevante al giorno d’oggi. […]

[L'intervista completa può essere letta QUI. In Inglese, of course.]

lunedì 19 giugno 2017

recensioni in 4 parole [50]

Del disagio. Del delirio.
Metafumetto? Anche no, grazie.
Mercurio Loi N. 1 - Roma dei pazzi
Tra Storia e Avventura.
All Time Comics: Bullwhip N.1
Supereroi strampalati senza sostanza.
********
Abbiamo detto 4 parole su:
Anubi
di Marco Taddei (testi) e Simone Angelini (disegni)
Editore: GRRRComic Art Book
Formato: brossurato, 320 pagine, bianco e nero
Prezzo: € 18
Anno di pubblicazione: Gold edition, 2017, prima ed. 2015
Per qualche parola in più: QUI

Dylan Dog N. 369 - Graphic horror novel
Soggetto e sceneggiatura: Ratigher
Disegni: Paolo Bacilieri, Montanari & Grassani
Copertina: Gigi Cavenago
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 98 pagine, bianco e nero
Prezzo: € 4,50
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI 

Mercurio Loi N.1 - Roma dei pazzi
Soggetto e sceneggiatura: Alessandro Bilotta
Disegni: Matteo Mosca
Copertina: Manuele Fior
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 96 pagine, colore
Prezzo: € 4,90
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI 

All Time Comics: Bullwhip N.1 (in Inglese)
di Josh Bayer (testi), Benjamin Marra (disegni), Al Milgrom (chine)
Editore:Fantagraphics
Formato: 28 pagine, colore
Prezzo: $ 3,99
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI e QUI (video)

mercoledì 24 maggio 2017

recensioni in 4 parole [49]

Irrisolvibile questione di finzione.
La Bestia
Le vie del Male.
They live in me
L'orrore nella casa.
Lo Scuotibare
Un DD in multicolor.
*********
Abbiamo detto 4 parole su:
di Adriano Barone (testi) e Officina Infernale (disegni)
Editore: BeccoGiallo
Formato: brossurato, 208 pagine, bianco & nero e colore
Prezzo: € 19
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI
 
La Bestia

di Bruno Enna (storia) e Luigi Siniscalchi (disegni)
Copertina: Luigi Siniscalchi
Editore: Sergio Bonelli Editore; Collana: Romanzi a Fumetti n.33
Formato: brossurato, 288 pagine, bianco e nero
Prezzo: € 9,90
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI

They live in me (disponibile Inglese e in Italiano, "Vivono in me")
di Jesse Jacobs (testi e disegni)
Editore: Hollow Press
Formato: cartonato, 48 pagine, bianco e nero
Prezzo: € 12
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI

Dylan Dog Color Fest N. 21 - Lo Scuotibare
di G. Masi (soggetto e sceneggiatura), G. Pontrelli (disegni), S. Algozzino (colore)
Copertina: Giulio Rincione
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 96 pagine, colore
Prezzo: € 4,90
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI

giovedì 18 maggio 2017

Toronto Comic Arts Festival 2017: un reportage

Il poster della manifestazione realizzato da Jeff Lemire.
A seguire potete leggere, a cura dell'amico Koom Kankesan, un veloce resoconto accompagnato da alcune foto (non di eccelsa qualità, lo ammetto, ma comunque una valida testimonianza) - del Toronto Comic Arts Festival tenutosi durante lo scorso fine settimana.

Il TCAF, organizzato dalla storica fumetteria The Beguiling in collaborazione con la Toronto Public Library, è uno dei più interessanti eventi del Nord-America, "una celebrazione dei comics, graphic novel e dei loro autori". L'edizione 2017 si è svolta presso la Toronto Reference Library e il circostante quartiere di Bloor/Yonge.

Un sentito ringraziamento a Koom per  il reportage.
Secondo gli organizzatori quest’edizione del TCAF è stata la più grande di sempre con un numero record di ospiti e di certo così è parso! 
Ho sempre apprezzato il sistema delle biblioteche pubbliche qui a Toronto - è probabilmente la mia istituzione preferita - e il modo con cui celebrano i libri, la lettura e ora… i fumetti. Come al solito i luoghi del festival erano affollati e mentre mi muovevo tra i visitatori ho sentito diversi accenti e lingue fatto che suggeriva come un gran numero di persone fosse giunto da fuori per partecipare all'evento. C'erano alcune storiche presenze canadesi - come Drawn and Quarterly, Seth, Chester Brown e Conundrum Press - ma anche diversi eccellenti editori americani come NBM (di cui ammiro da tempo l’approccio europeo al fumetto) e Dark Horse che era qui per promuovere il nuovo libro di Dave McKean su Paul Nash. Come al solito era presente anche Fantagraphics e stavolta con loro c’era il leggendario Gary Panter. La Image celebrava il suo 25esimo anniversario e la conferenza del venerdì è stata davvero affollata.
Charlie Adlard ha tenuto il discorso d’apertura venerdì mattina e mi è stato ricordato che ora è lui il Comics Laureate (l’ambasciatore dei fumetti) per il Regno Unito.

Quello che rende speciale il mondo dei fumetti indipendenti è che, non essendo così grande, non c’è una netta separazione tra chi è famoso e chi non lo è. Al TCAF c’erano molti tavoli in cui gli stessi autori presentavano le proprie auto-produzioni, c’era una delegazione dalla Germania e c’erano diversi gruppi locali come il Toronto Comic Jam di cui faccio parte.

Forse l’auto-produzione che mi ha più colpito è stata "Shitty Watchmen" realizzata da un collettivo di Los Angeles: il loro obiettivo era riprodurre le tavole realizzate da Dave Gibbons per Watchmen in forma di sketch in modo da esaltare il formalismo dell’opera originale. 
Ho anche preso parte alla sessione più accademica del festival, prima dell’inizio dello stesso, in cui venivano presentati diversi lavori di ricerca sul Fumetto. Il mio preferito è stato quello di Dru Jeffries che prendeva in esame l’adattamento a fumetto di Jack Kirby di "2001: Odissea nello Spazio" rispetto al film di Kubrick. 

Nel complesso è stato un gran bel festival!
[Koom Kankesan]
Charlie Adlard.
Da sx a dx: Dave McKean e Mark Askwith.
David Collier.
Dave McKean in azione!
Frank Bedek e Dave Howard del Toronto Comic Jam.
Hope Nicholson e il suo nuovo libro.
Celebrazione per i 25 anni della Image.
I 25 anni della Image al Masonic Temple.
Il panel di Koyama Press.
La conferenza per celebrare i 40 anni di NBM.
Da dx a sx: Nina Bunjevac e Igor Hofbauer.
Da sx a dx: Robert Sikoryak e Gary Panter.
Da dx a sx: Seth e Ethan Reilly prima del loro panel.
Rick Geary.
Lo sketch di Geary per Koom sul volume dedicato a Sacco & Vanzetti.